Sunto intervento presidente SIREF prof. Rivoltella al convegno SIPED di Torino
- danmor2108
- 1 giorno fa
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Peter Fleming è professore alla University of Technology di Sidney. È uno studioso riconosciuto di organizzazione con particolare attenzione alle logiche dell’Università. Nel 2021 ha scritto un libro interessante, anche se un po’ depressivo. O meglio: realistico, ancorché depressivo. Si intitola Dark Academya. How Universities die. In esso Fleming descrive uno scenario caratterizzato da quelle che lui chiama “Zombie Universities”: l’immagine è suNicientemente chiara, non necessita di spiegazioni.
Sono università:
- che vivono in un brave new world. Questo mondo selvaggio è fatto – aggiungo io – di due esperienze soprattutto. Una rissosità in aumento, quasi recrudescente. La rissosità c’è sempre stata nel mondo accademico, ma oggi raggiunge il parossismo, forse perché respiriamo il clima di ancor più estrema rissosità che ci presentano lo scenario geopolitico e macrosociale. E oltre alla rissosità, assistiamo alla monté de l’insignifiance, per parafrasare il titolo di un libro di Castoriadis: l’insignificanza è il trionfo della mediocrità, l’esaltazione della pochezza;
- che sono diventate dei luoghi tristi. Non ci si va volentieri. Oggi i nostri dipartimenti sono spesso vuoti, un fenomeno ancor più evidente dopo la pandemia. Qualche decennio fa si passavano le giornate in dipartimento;
- che sono caratterizzate dal potere dei manager e dalla dittatura della burocrazia;
- che sono delle edu-factories aziendalizzate. Questo significa che la distinzione tra teaching e research universities è alle spalle, l’abbiamo superata. Le edu-factories sono i mall dell’istruzione superiore, la grande distribuzione della formazione;
- che perdono iscritti e i cui studenti non frequentano più;
- dove la ricerca è diventata residuale perché i compiti gestionali occupano sempre più tempo.
Cosa possono fare le società scientifiche in questo tipo di scenario? Mi limito a indicare 5 punti che sono altrettante prospettive di lavoro.
1. Fare scouting. Occorre tornare a consegnare alle società scientifiche il compito di selezionare i giovani ricercatori. Che siano ricercatori seri, ma anche persone vere.
2. Investire sullo sviluppo di professionalità. I giovani ricercatori sono i docenti di domani. Tempi di crisi come quelli attuali chiedono figure credibili, significative. Queste figure si formano anche grazie all’esempio, alla testimonianza. Questo richiama i più anziani – per ruolo e anagraficamente – alla responsabilità dell’esempio. È una questione etica di prima importanza.
3. Recuperare la logica della bottega. Oggi corriamo il rischio della “ricerca difensiva”, quello che in analogia con il teaching to test, potremmo chiamare il writing to test. Cosa vuol dire? Vuol dire scrivere e pubblicare solo per adeguare le soglie di abilitazione, trovando compiacente sponda nel mercato delle riviste. Sì, un vero e proprio mercato nel quale al publish or perisch si è sostituito il pay for publish. Occorre contrapporre a questa ansia da pubblicazione che produce prodotti “leggeri” quella che Pierre Bourdieu chiamava la logica della bottega: sviluppare una cultura “artigianale” della ricerca, improntata a serietà, insegnando a pubblicare quando dietro alla pubblicazione c’è suNiciente ricerca.
4. Costruire comunità di ricerca. Sono reduce dalla lettura del bel volume di RaNaella Strongoli e Giuseppe Pillera, Comunità di ricerca e metafore dell’apprendimento. Le comunità di ricerca sono spazi in cui mettere in dialogo i ricercatori della propria disciplina e aprire il confronto anche alle altre scienze. Si possono costruire raNorzando i gruppi di lavoro delle società scientifiche, senza moltiplicarli senza necessità, ma facendo rete, creando sinergie.
5. La public pedagogy. In analogia con la public history, la public pedagogy è la necessità per la pedagogia di occupare lo spazio pubblico della discorsivizzazione diNusa. Si tratta di una sfida importante che deve guardarsi da due rischi. Il primo rischio è quello di sacrificare la serietà dell’approfondimento scientifico all’obiettivo di attrarre le audiences. Il secondo rischio è di lasciare quello spazio vuoto, favorendo così la sua occupazione da parte di altri che non sono pedagogisti accademici.
Lascio la conclusione a Robert Pirsig. Autore di quello straordinario best seller che è Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Pirsig è stato filosofo, viaggiatore, ha conosciuto la schizofrenia e la casa di cura psichiatrica, ha dovuto assorbire la morte del figlio Chris a soli 23 anni. Per la sua intera esistenza ha avuto una vera e propria ossessione per la Qualità. Nel luglio 1992 alla San Diego State University viene chiamato a tenere una conferenza nell’ambito di una conferenza organizzata dalla Association of Humanistic Psychology: «Lo scopo della vita di ognuno – dice Pirsig – non consiste nella sola autogratificazione: c’è uno scopo morale assai più alto. Ma con ciò non mi riferisco alle anguste restrizioni sociali vittoriane. Piuttosto, ciascuno deve contribuire alla qualità del mondo». È un impegno per tutti noi. Per migliorare la ricerca, la pedagogia, il mondo.
Pier Cesare Rivoltella


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