Massimo Baldacci, Pedagogia e filosofia della praxis. Intervento alla Summer School della SIREF - Bressanone, 7.09.2026
Oltre la rassegnazione: perché la "Filosofia della Praxis" è la chiave per cambiare il mondo oggi
Viviamo immersi in una strana forma di paralisi collettiva. È quella sensazione di impotenza che ci assale di fronte a dinamiche globali, crisi sistemiche o rigide strutture burocratiche: un fatalismo moderno che ci sussurra come la realtà sia un meccanismo immutabile e le nostre azioni, in fondo, siano irrilevanti. Questo senso di realtà non è però neutro; è ciò che Antonio Gramsci definirebbe l'esito di un’egemonia culturale, un sistema che regola le nostre percezioni e ci convince che l’ordine delle cose sia ineluttabile.
Scardinare questa inerzia richiede, innanzitutto, un’epistemologia dell’azione che rifiuti la neutralità del mero osservatore. Qui entra in gioco il concetto di Agency (agentività), intesa non come semplice capacità di fare, ma come connessione profonda tra pensiero e trasformazione. La "Filosofia della Praxis" non è solo una dottrina politica, ma un vero e proprio atto pedagogico: una riforma intellettuale e morale che ci insegna a passare dalla passività alla partecipazione attiva.
Dallo spettatore all'attore: un'epistemologia dell'impegno
Il primo passo per recuperare la nostra capacità di agire consiste nel cambiare radicalmente postura mentale. Giulio Preti, nel 1957, tracciava una linea netta riprendendo il pensiero di John Dewey: la distinzione tra il "punto di vista dello spettatore" e il "punto di vista dell'attore". Lo spettatore osserva il mondo come un oggetto distante, limitandosi a contemplarlo o descriverlo; l'attore è colui che è interamente immerso nei problemi e agisce per risolverli.
Questa convergenza tra il pragmatismo americano e il pensiero critico non passò inosservata: persino Bertrand Russell notò la profonda assonanza tra l’approccio di Dewey e quello del giovane Marx. Entrambi rifiutavano una filosofia che si limitasse a fare da specchio alla realtà. La Filosofia della Praxis eleva questa intuizione a imperativo etico, trovando la sua sintesi perfetta nell'undicesima tesi di Marx su Feuerbach:
"I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo."
L'Agency non è un superpotere individuale, è una relazione
Nel discorso pubblico contemporaneo, l'agency viene spesso confusa con un "superpotere" individuale, un mix di forza di volontà e competenze tecniche (skills). Tuttavia, la filosofia della praxis suggerisce una visione meno solipsistica e più relazionale. L'agire umano non nasce nel vuoto, ma emerge dall'incontro tra due dimensioni:
Il lato oggettivo: l’insieme delle opportunità, delle risorse e dei diritti che il contesto storico-sociale ci mette a disposizione.
Il lato soggettivo: il "senso di agency", ovvero la fiducia nelle proprie capacità di poter effettivamente incidere sulla realtà.
Questa distinzione è cruciale se pensiamo alla differenza tra skills e capabilities (nell'accezione di Sen e Nussbaum). Se le "competenze" riguardano l'individuo isolato, le professional capabilities emergono dal rapporto tra le abilità del soggetto e le opportunità offerte dall'ambiente. Pensiamo alla professione docente: un insegnante non opera solo grazie alla sua preparazione, ma in virtù di quanto l'organizzazione scolastica gli permetta di esprimere il suo potenziale. Senza questa consapevolezza relazionale, l'agency scade nel "volontarismo velleitario": l'illusione che basti volere per potere, ignorando i vincoli reali.
Oltre il fatalismo attenuato: l'Agency Trasformativa
Esiste una forma di autonomia che potremmo definire Agency Adattiva. È quella di chi è molto bravo a muoversi entro i vincoli dati, accettando le regole del gioco così come sono. Il rischio è cadere in quello che potremmo definire un "fatalismo attenuato": la convinzione che, in fondo, "più di così non si possa fare".
La Filosofia della Praxis rifiuta questa resa intellettuale. Essa si articola su due fronti: un lato attivo, che modifica la realtà per rispondere ai bisogni storici dell'uomo, e un lato critico, che punta a modificare la mentalità stessa. Un'Agency Trasformativa non si accontenta di agire dentro le condizioni date, ma interroga la struttura stessa del mondo per modificarla. Le condizioni oggettive non sono destini immutabili, ma il risultato di praxis precedenti: se l'uomo le ha costruite, l'uomo può trasformarle.
Rompere la subalternità con l'Agency Spessa
Perché allora è così difficile cambiare? La risposta risiede nel concetto gramsciano di "senso comune": un insieme di credenze e pregiudizi assorbiti acriticamente che finiscono per costituire il nostro unico "senso di realtà". È qui che si annida la subalternità, una condizione di dipendenza mentale dove anche i tentativi di autonomia finiscono per ricadere in vecchi schemi.
Spesso la nostra è solo una "parvenza di libertà", come la chiamava Rousseau: ci sentiamo liberi perché scegliamo tra l'opzione A1 e l'opzione A2, senza accorgerci che l'intero "insieme A" è una gabbia che esclude altre possibilità. Utilizzando le categorie di Gregory Bateson sui livelli logici, possiamo distinguere tra:
Agency Sottile: la capacità di scegliere tra alternative già prestabilite all'interno di un quadro mentale dato.
Agency Spessa: l'autonomia intellettuale di mettere in discussione l'intero arco delle alternative, rifiutando l'idea che "non ci siano altre possibilità".
La subalternità persiste come un residuo invisibile finché restiamo confinati in "bolle mentali" che limitano il nostro orizzonte. L’Agency Spessa è l’antidoto a questa prigionia: è la capacità di uscire dal quadro per ridisegnare i termini della scelta.
Conclusione: una rivoluzione della mente
Sviluppare un’agency che sia al contempo trasformativa (capace di cambiare il mondo esterno) e spessa (capace di riformare il mondo interno) è la sfida suprema della pedagogia della praxis. Non si tratta solo di acquisire strumenti, ma di intraprendere una "riforma dell'anima" che ci liberi dal senso di impotenza.
Questa tensione tra realtà e possibilità è racchiusa nel celebre motto di Gramsci: "Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà". Il pessimismo della ragione ci impone la lucidità nel riconoscere i condizionamenti strutturali; l'ottimismo della volontà ci sprona a individuare quel campo di possibilità sempre aperto all'iniziativa umana.
In ultima analisi, la domanda non è più solo cosa possiamo fare entro i limiti esistenti, ma se siamo pronti a una rivoluzione mentale: siamo disposti a mettere in discussione non solo i nostri atti, ma i quadri di riferimento che definiscono ciò che oggi riteniamo possibile?



Commenti